A volte mi guardo allo specchio e non so come potermi descrivere, so chi ero, cosa ho perso, chi vorrei essere e cosa vorrei fare, ma se mi chiedono come mi identifico, vacillo.
Si potrebbe iniziare dall’età: ho 35 anni da poco più di 3 mesi. E da un anno e mezzo circa, vivo a Cadelbosco di Sopra con l’uomo che ho sposato e che ha saputo prendere “un gatto randagio” come moglie.
Perchè mi definisco un gatto randagio? Sono stata da sola 4 anni, dopo aver perso Cristian, mi è servito tempo per rimettermi in piedi, per imparare a non lasciar uscire il dolore del buco nero che si è inghiottito il mio cuore ed il mio stomaco la mattina del 21 maggio 2014. Il giorno in cui ho smesso di vivere. Ho ricordi confusi di ciò che succedeva intorno a me, ma ricordo le mie emozioni: mi sembrava di aver davanti un muro nero che aveva cancellato tutti i miei “domani”, tutti i miei sogni, tutta la mia vita. Come si può decidere di metter fine alla propria vita a 26 anni? Come si fa a rinunciare a tutti i sogni, ai progetti, alle cose da fare? Ancora non mi so dare una risposta, so solo che mi manca da togliere il fiato ogni volta che mi fermo ad ascoltare il lamento del mio cuore, e ci sono giorni in cui anche i “ricordi” di Facebook sono lame che riaprono ferite che non si chiuderanno mai.
Ma soprattutto sono testarda, indipendente e schiva, come un gatto, appunto. Proclamo al mondo i miei ideali di amore, di rispetto, di lealtà, di fiducia, e se succede che qualcuno si comporta “male” con me, mi distanzio, in silenzio, con il passo felpato di un felino.
© VaLentikkia
Nessun commento:
Posta un commento